giovedì 16 aprile 2009

Hugh Thomas: Non dimentichiamoci le lezioni della storia

Intervista di Zouhir Louassini

“Dio non può cambiare il passato, ma gli storici sì”, diceva Samuel Butler.
Da qui nasce la mia tentazione, ogni volta che vedo uno storico, di chiedergli fino a che punto possiamo credere a quello che dice la storia dal momento che, come giornalisti, vediamo le manipolazioni quotidiane che i media ci offrono.


La prima domanda che mi viene in mente di porle, essendo lei uno degli storici più illustri al mondo, è se gli esseri umani imparano qualcosa dalla storia.
Ritengo che sia essenziale studiare la storia. Si dovrebbe conoscere molta più storia di quella che in realtà si sa e i politici dovrebbero imparare dall’esperienza. E ciò vale per l’Europa, per gli Stati Uniti e per l’Unione Sovietica. Ed è in particolare su quest’ultima che dovremmo saperne di più. Credo che il nostro compito sia proprio questo adesso e, anche se l’Unione Sovietica non esiste più, le esperienze storiche non dovrebbero mai essere dimenticate.

Lei ha studiato molti imperi ed in modo particolare quello spagnolo di Carlo V. Crede che si possa fare un parallelismo tra imperi come quello spagnolo o britannico e l’impero americano dei nostri tempi? E se sì, fino a che punto?
Non credo che ci sia realmente un impero americano, gli americani vogliono il potere ma senza gli inconvenienti dell’Impero. Noi inglesi abbiamo avuto l’Impero. Abbiamo imparato a trattare con altri paesi come quelli africani, ad esempio. Mio padre ha lavorato lì insieme a mia madre, che faceva l’infermiera, ed io stesso sono figlio dell’impero britannico. Ma per gli americani è diverso, loro non hanno questo problema.

Il fatto che vi siano più di cento paesi in cui si trovano basi americane fa pensare che una sorta di impero esista davvero.
Credo si tratti di un modo diverso di esprimersi, perché è vero che gli americani hanno le basi ma ciò che manca loro è la tradizione per amministrarle. Basti pensare a Roma e al suo Impero: Stati, regioni, province e proconsoli che amministravano il tutto. E questo non ha niente a che vedere con i comandanti delle attuali basi americane.

Tornando agli Stati Uniti e ai cambiamenti più recenti che hanno interessato l’America, lei ritiene che il periodo che si prospetta con Obama sarà diverso rispetto a quello che si è vissuto con Bush?
Credo di sì. Ho ascoltato i discorsi di Obama e sono validi. Sono rimasto molto impressionato da lui: sembra avere un calore nel cuore che a Bush non apparteneva. Sono ottimista nonostante i leader tendano a disilluderci. Vorrei anche aggiungere una cosa: la capacità oratoria e il saper parlare bene sono stati il fondamento della democrazia occidentale. E con parlare bene intendo anche saper parlare da sé. Obama scrive i testi di suo pugno mentre credo che Bush non se ne sia mai scritto uno.

Fino a che punto si può parlare realmente di scontro di civiltà, come ha scritto Huntington, secondo lei?
Non credo sia un’impressione giusta per i nostri tempi. L’Islam è una religione importante che, al pari delle altre, ci crea delle difficoltà. E sarebbe assurdo se non lo facesse. Tuttavia vi sono alcuni elementi in essa che sembrano fuori controllo. Questo sin dal XII secolo. L’attuale al-Qaida, ad esempio, ha i suoi “predecessori” nella Spagna del XIII secolo, dove esistevano due movimenti che, predicando la lotta contro i cristiani e la loro rovina, avevano molti punti in comune con questa organizzazione. Quindi non è poi cambiato molto, da allora, riguardo l’ Islam.

Basandoci però sulla storia, le guerre si sono combattute sempre per questioni religiose o per interessi economici.
Sì, per entrambe le cause. Le guerre di Federico il Grande avevano ad esempio ragioni economiche, mentre quelle successive, combattute sia in Inghilterra che in Francia, avevano una denotazione religiosa. Per essere precisi, la maggior parte delle guerre avvenute tra il XVI e il XVII secolo sono state causate proprio dalla religione.

Cosa è più pericoloso attualmente per l’impero americano, anche se secondo lei non bisognerebbe chiamarlo così, tra lo sviluppo cinese o russo e i movimenti islamici, che hanno comunque dimostrato la loro debolezza?
E’ una domanda molto interessante. Io ritengo che al momento sia più minaccioso il potere economico cinese e russo. Tuttavia sarà solo il tempo a dirlo. So che non si tratta di una risposta definitiva ma questo è il mio pensiero attuale.

In quanto giornalista, ogni giorno mi ritrovo davanti a notizie tra le più disparate, spesso manipolate da chi vuol fare arrivare una propria verità. E allora mi chiedo e le chiedo, in quanto storico, come possiamo avere fiducia in cose successe mille, duemila o tremila anni fa? Non sarà che la storia viene scritta sempre da chi vince?
Io credo che comunque sia possibile avere fiducia in quello che la storia ci insegna. Al momento sto scrivendo ad esempio su Carlo V, argomento molto interessante, e sullo sviluppo del suo impero a partire dal 1520. A quei tempi in Spagna vi era un Grande Inquisitore e la pressione che l’Inquisizione stessa esercitava per nascondere alcune cose era forte. Ma resto lo stesso fiducioso.

Adesso vorrei porle una domanda che so essere da un milione di dollari. Dove ci sta portando la storia e dove si sta dirigendo l’essere umano?
Non lo sappiamo con certezza. Non sappiamo come sarà la nostra vita. Io ad esempio ho dei nipoti e posso parlare di come sono adesso senza essere in grado di prevedere come sarà la loro vita tra venti, trenta o quarant’anni. Forse possiamo immaginare un futuro di pace se non ci sarà una guerra tra Russia e Stati Uniti. Basti pensare alle Guerra Fredda, una paura che oggi è completamente sparita, nonostante qualcuno ne parli ancora come qualcosa di estremamente attuale. In realtà la Guerra Fredda era una guerra ideologica, basata su una divergenza di sistemi e modelli. La differenza attuale è invece quella tra Putin e Obama. Ed io credo che quest’ultimo abbia delle sorprese in serbo per noi. Almeno lo spero.
Pubblicata il 1 aprile 2009 su RAINEWS24 http://www.rainews24.rai.it/ran24/rubriche/incontri/

sabato 11 aprile 2009

Il Presidente Napolitano ai funerali solenni delle vittime del terremoto in Abruzzo


Ieri la visita: "Sono qui per dovere, per sentimento e per ringraziare. Ammirazione per la grande dignità delle popolazioni. È necessario un esame di coscienza di tutti"
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha rappresentato oggi la vicinanza del paese al dolore delle famiglie delle 289 vittime del terremoto che ha sconvolto l'Abruzzo, partecipando oggi ai funerali solenni, concelebrati dal Segretario di Stato Vaticano, monsignor Tarcisio Bertone, e dall'Arcivescovo dell'Aquila, monsignor Giuseppe Molinari, nel piazzale della Scuola della Guardia di Finanza, a Coppito, con una straordinaria partecipazione di autorità nazionali e locali, di cittadini e di operatori dei soccorsi.Il Capo dello Stato già ieri era stato in Abruzzo, per rendere omaggio alle salme delle vittime del terremoto ed esprimere la propria solidarietà alle loro famiglie. La visita era iniziata con un esame della situazione nel quartier generale della Protezione civile allestito nella Scuola della Guardia di Finanza. Incontrando un gruppo di Vigili del Fuoco aveva detto: "Sono qui per dovere, per sentimento e anche per ringraziarvi per tutto quello che state facendo. E' straordinario questo sforzo di efficienza e di generosità nell'ambito delle organizzazioni dello Stato e della mobilitazione dei cittadini". Il Capo dello Stato, dopo aver verificato la situazione in alcuni luoghi simbolo – la casa dello studente a L’Aquila, l’abitato di Onna, la tendopoli di San Demetrio – della tragedia, aveva salutato gli operatori delle organizzazioni che partecipano ai soccorsi e incontrato i sindaci dei Comuni terremotati.Al termine della visita di giovedì, in un incontro con la stampa il Presidente Napolitano aveva espresso la propria ammirazione per la grande dignità delle popolazioni colpite, sottolineando che “deve avere piena continuità l’impegno dello Stato e della collettività nazionale per l’Abruzzo”. Rispondendo alla domanda di un giornalista, il Capo dello Stato aveva richiamato l’esigenza di “un esame di coscienza: non per battersi il petto, ma per vedere che cosa è indispensabile e urgente fare perché mai più ciò accada”.

Carlo Rubbia: quale energia per il futuro

Professor Rubbia qual è la sua visione sul futuro dell’energia?
“Non solo il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche l’uranio è destinato a scarseggiare entro 30-40 anni…Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energerica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra.”

Eppure dagli Stati Uniti all’Europa e ancora di più nei Paesi emergenti, c’è una gran voglia di nucleare…si parla ormai di un nucleare sicuro.
“Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali. Si può parlare, semmai, di un nucleare innovativo, della possibilità di usare il torio, un elemento largamente disponibile in natura che non produce plutonio. E dal torio, le assicuro, non si tira fuori una bomba. In questo modo si taglia definitivamente il cordone tra il nucleare militare e quello civile”.

Escluso il petrolio, escluso l’uranio e d escluso il carbone, quale può essere a suo avviso l’aternativa?
“Guardi questa foto: è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si produce un terzo dell’elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in grande quantità”.

Ma noi in Italia e in Europa non abbiamo i deserti…
“E che vuol dire? Noi possiamo sviluppare la tecnologia e costruire impianti di questo genere nelle nostre regioni meridionali o magari in Africa, per traportare poi l’energia nel nostro paese. Anche gli antichi romani dicevano che l’uva arrivava da Cartagine. Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l’energia necessaria all’intero pianeta. E un area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell’Italia, un’area equivalente a 15 centrali nucleari da un gagawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma”.

Il sole però non c’è sempre e invece l’energia occorre di giorno e di notte, d’estate e d’inverno.
“D’accordo. E infatti i nuovi impianti solari termodinamici a concentrazione catturano l’energia e la trattengono in speciali contenitori fino a quando serve. Poi attraverso uno scambiatore di calore si produce il vapore che muove le turbine. Nè più nè meno come una diga che, negli impianti idroelettrici, ferma l’acqua e al momento opportuno la rilascia per alimentare la corrente”.

Se è così semplice perchè allora non si fa?
“Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro paese: se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com’ è accaduto del resto per il computer vent’anni fa”.
Intervista di Giovanni Valentini da la Repubblica 30 marzo 2008