giovedì 16 aprile 2009

Hugh Thomas: Non dimentichiamoci le lezioni della storia

Intervista di Zouhir Louassini

“Dio non può cambiare il passato, ma gli storici sì”, diceva Samuel Butler.
Da qui nasce la mia tentazione, ogni volta che vedo uno storico, di chiedergli fino a che punto possiamo credere a quello che dice la storia dal momento che, come giornalisti, vediamo le manipolazioni quotidiane che i media ci offrono.


La prima domanda che mi viene in mente di porle, essendo lei uno degli storici più illustri al mondo, è se gli esseri umani imparano qualcosa dalla storia.
Ritengo che sia essenziale studiare la storia. Si dovrebbe conoscere molta più storia di quella che in realtà si sa e i politici dovrebbero imparare dall’esperienza. E ciò vale per l’Europa, per gli Stati Uniti e per l’Unione Sovietica. Ed è in particolare su quest’ultima che dovremmo saperne di più. Credo che il nostro compito sia proprio questo adesso e, anche se l’Unione Sovietica non esiste più, le esperienze storiche non dovrebbero mai essere dimenticate.

Lei ha studiato molti imperi ed in modo particolare quello spagnolo di Carlo V. Crede che si possa fare un parallelismo tra imperi come quello spagnolo o britannico e l’impero americano dei nostri tempi? E se sì, fino a che punto?
Non credo che ci sia realmente un impero americano, gli americani vogliono il potere ma senza gli inconvenienti dell’Impero. Noi inglesi abbiamo avuto l’Impero. Abbiamo imparato a trattare con altri paesi come quelli africani, ad esempio. Mio padre ha lavorato lì insieme a mia madre, che faceva l’infermiera, ed io stesso sono figlio dell’impero britannico. Ma per gli americani è diverso, loro non hanno questo problema.

Il fatto che vi siano più di cento paesi in cui si trovano basi americane fa pensare che una sorta di impero esista davvero.
Credo si tratti di un modo diverso di esprimersi, perché è vero che gli americani hanno le basi ma ciò che manca loro è la tradizione per amministrarle. Basti pensare a Roma e al suo Impero: Stati, regioni, province e proconsoli che amministravano il tutto. E questo non ha niente a che vedere con i comandanti delle attuali basi americane.

Tornando agli Stati Uniti e ai cambiamenti più recenti che hanno interessato l’America, lei ritiene che il periodo che si prospetta con Obama sarà diverso rispetto a quello che si è vissuto con Bush?
Credo di sì. Ho ascoltato i discorsi di Obama e sono validi. Sono rimasto molto impressionato da lui: sembra avere un calore nel cuore che a Bush non apparteneva. Sono ottimista nonostante i leader tendano a disilluderci. Vorrei anche aggiungere una cosa: la capacità oratoria e il saper parlare bene sono stati il fondamento della democrazia occidentale. E con parlare bene intendo anche saper parlare da sé. Obama scrive i testi di suo pugno mentre credo che Bush non se ne sia mai scritto uno.

Fino a che punto si può parlare realmente di scontro di civiltà, come ha scritto Huntington, secondo lei?
Non credo sia un’impressione giusta per i nostri tempi. L’Islam è una religione importante che, al pari delle altre, ci crea delle difficoltà. E sarebbe assurdo se non lo facesse. Tuttavia vi sono alcuni elementi in essa che sembrano fuori controllo. Questo sin dal XII secolo. L’attuale al-Qaida, ad esempio, ha i suoi “predecessori” nella Spagna del XIII secolo, dove esistevano due movimenti che, predicando la lotta contro i cristiani e la loro rovina, avevano molti punti in comune con questa organizzazione. Quindi non è poi cambiato molto, da allora, riguardo l’ Islam.

Basandoci però sulla storia, le guerre si sono combattute sempre per questioni religiose o per interessi economici.
Sì, per entrambe le cause. Le guerre di Federico il Grande avevano ad esempio ragioni economiche, mentre quelle successive, combattute sia in Inghilterra che in Francia, avevano una denotazione religiosa. Per essere precisi, la maggior parte delle guerre avvenute tra il XVI e il XVII secolo sono state causate proprio dalla religione.

Cosa è più pericoloso attualmente per l’impero americano, anche se secondo lei non bisognerebbe chiamarlo così, tra lo sviluppo cinese o russo e i movimenti islamici, che hanno comunque dimostrato la loro debolezza?
E’ una domanda molto interessante. Io ritengo che al momento sia più minaccioso il potere economico cinese e russo. Tuttavia sarà solo il tempo a dirlo. So che non si tratta di una risposta definitiva ma questo è il mio pensiero attuale.

In quanto giornalista, ogni giorno mi ritrovo davanti a notizie tra le più disparate, spesso manipolate da chi vuol fare arrivare una propria verità. E allora mi chiedo e le chiedo, in quanto storico, come possiamo avere fiducia in cose successe mille, duemila o tremila anni fa? Non sarà che la storia viene scritta sempre da chi vince?
Io credo che comunque sia possibile avere fiducia in quello che la storia ci insegna. Al momento sto scrivendo ad esempio su Carlo V, argomento molto interessante, e sullo sviluppo del suo impero a partire dal 1520. A quei tempi in Spagna vi era un Grande Inquisitore e la pressione che l’Inquisizione stessa esercitava per nascondere alcune cose era forte. Ma resto lo stesso fiducioso.

Adesso vorrei porle una domanda che so essere da un milione di dollari. Dove ci sta portando la storia e dove si sta dirigendo l’essere umano?
Non lo sappiamo con certezza. Non sappiamo come sarà la nostra vita. Io ad esempio ho dei nipoti e posso parlare di come sono adesso senza essere in grado di prevedere come sarà la loro vita tra venti, trenta o quarant’anni. Forse possiamo immaginare un futuro di pace se non ci sarà una guerra tra Russia e Stati Uniti. Basti pensare alle Guerra Fredda, una paura che oggi è completamente sparita, nonostante qualcuno ne parli ancora come qualcosa di estremamente attuale. In realtà la Guerra Fredda era una guerra ideologica, basata su una divergenza di sistemi e modelli. La differenza attuale è invece quella tra Putin e Obama. Ed io credo che quest’ultimo abbia delle sorprese in serbo per noi. Almeno lo spero.
Pubblicata il 1 aprile 2009 su RAINEWS24 http://www.rainews24.rai.it/ran24/rubriche/incontri/

sabato 11 aprile 2009

Il Presidente Napolitano ai funerali solenni delle vittime del terremoto in Abruzzo


Ieri la visita: "Sono qui per dovere, per sentimento e per ringraziare. Ammirazione per la grande dignità delle popolazioni. È necessario un esame di coscienza di tutti"
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha rappresentato oggi la vicinanza del paese al dolore delle famiglie delle 289 vittime del terremoto che ha sconvolto l'Abruzzo, partecipando oggi ai funerali solenni, concelebrati dal Segretario di Stato Vaticano, monsignor Tarcisio Bertone, e dall'Arcivescovo dell'Aquila, monsignor Giuseppe Molinari, nel piazzale della Scuola della Guardia di Finanza, a Coppito, con una straordinaria partecipazione di autorità nazionali e locali, di cittadini e di operatori dei soccorsi.Il Capo dello Stato già ieri era stato in Abruzzo, per rendere omaggio alle salme delle vittime del terremoto ed esprimere la propria solidarietà alle loro famiglie. La visita era iniziata con un esame della situazione nel quartier generale della Protezione civile allestito nella Scuola della Guardia di Finanza. Incontrando un gruppo di Vigili del Fuoco aveva detto: "Sono qui per dovere, per sentimento e anche per ringraziarvi per tutto quello che state facendo. E' straordinario questo sforzo di efficienza e di generosità nell'ambito delle organizzazioni dello Stato e della mobilitazione dei cittadini". Il Capo dello Stato, dopo aver verificato la situazione in alcuni luoghi simbolo – la casa dello studente a L’Aquila, l’abitato di Onna, la tendopoli di San Demetrio – della tragedia, aveva salutato gli operatori delle organizzazioni che partecipano ai soccorsi e incontrato i sindaci dei Comuni terremotati.Al termine della visita di giovedì, in un incontro con la stampa il Presidente Napolitano aveva espresso la propria ammirazione per la grande dignità delle popolazioni colpite, sottolineando che “deve avere piena continuità l’impegno dello Stato e della collettività nazionale per l’Abruzzo”. Rispondendo alla domanda di un giornalista, il Capo dello Stato aveva richiamato l’esigenza di “un esame di coscienza: non per battersi il petto, ma per vedere che cosa è indispensabile e urgente fare perché mai più ciò accada”.

Carlo Rubbia: quale energia per il futuro

Professor Rubbia qual è la sua visione sul futuro dell’energia?
“Non solo il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche l’uranio è destinato a scarseggiare entro 30-40 anni…Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energerica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra.”

Eppure dagli Stati Uniti all’Europa e ancora di più nei Paesi emergenti, c’è una gran voglia di nucleare…si parla ormai di un nucleare sicuro.
“Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali. Si può parlare, semmai, di un nucleare innovativo, della possibilità di usare il torio, un elemento largamente disponibile in natura che non produce plutonio. E dal torio, le assicuro, non si tira fuori una bomba. In questo modo si taglia definitivamente il cordone tra il nucleare militare e quello civile”.

Escluso il petrolio, escluso l’uranio e d escluso il carbone, quale può essere a suo avviso l’aternativa?
“Guardi questa foto: è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si produce un terzo dell’elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in grande quantità”.

Ma noi in Italia e in Europa non abbiamo i deserti…
“E che vuol dire? Noi possiamo sviluppare la tecnologia e costruire impianti di questo genere nelle nostre regioni meridionali o magari in Africa, per traportare poi l’energia nel nostro paese. Anche gli antichi romani dicevano che l’uva arrivava da Cartagine. Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l’energia necessaria all’intero pianeta. E un area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell’Italia, un’area equivalente a 15 centrali nucleari da un gagawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma”.

Il sole però non c’è sempre e invece l’energia occorre di giorno e di notte, d’estate e d’inverno.
“D’accordo. E infatti i nuovi impianti solari termodinamici a concentrazione catturano l’energia e la trattengono in speciali contenitori fino a quando serve. Poi attraverso uno scambiatore di calore si produce il vapore che muove le turbine. Nè più nè meno come una diga che, negli impianti idroelettrici, ferma l’acqua e al momento opportuno la rilascia per alimentare la corrente”.

Se è così semplice perchè allora non si fa?
“Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro paese: se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com’ è accaduto del resto per il computer vent’anni fa”.
Intervista di Giovanni Valentini da la Repubblica 30 marzo 2008

Il discorso di Barack Obama, presidente degli Stati Uniti d’America


Chicago, 5 novembre 2008
Se ancora c’è qualcuno che dubita che l’America non sia un luogo nel quale nulla è impossibile, che ancora si chiede se il sogno dei nostri padri fondatori è tuttora vivo in questa nostra epoca, che ancora mette in dubbio il potere della nostra democrazia, questa notte ha avuto le risposte che cercava.
La risposta sono le code che si sono allungate fuori dalle scuole e dalle chiese con un afflusso che la nazione non aveva mai visto finora. La risposta sono le persone, molte delle quali votavano per la prima volta, che hanno atteso anche tre o quattro ore in fila perché credevano che questa volta le cose dovessero andare diversamente, e che la loro voce potesse fare la differenza.
La risposta è la voce di giovani e vecchi, ricchi e poveri, Democratici e Repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, nativi d’America, gay, eterosessuali, disabili e non disabili: tutti americani che hanno inviato al mondo il messaggio che noi non siamo mai stati un insieme di Stati Rossi e Stati Blu. Noi siamo e sempre saremo gli Stati Uniti d’America.
La risposta è ciò che ha spinto a farsi avanti coloro ai quali per così tanto tempo è stato detto da così tante persone di essere cinici, impauriti, dubbiosi di quello che potevano ottenere mettendo di persona mano alla Storia, per piegarla verso la speranza di un giorno migliore.
È occorso molto tempo, ma stanotte, finalmente, in seguito a ciò che abbiamo fatto oggi, con questa elezione, in questo momento preciso e risolutivo, il cambiamento è arrivato in America.
Poco fa, questa sera ho ricevuto una telefonata estremamente cortese dal Senatore McCain.
Il Senatore McCain ha combattuto a lungo e con forza in questa campagna, e ha combattuto ancora più a lungo e con maggiore forza per il Paese che ama. Ha affrontato sacrifici per l’America che la maggior parte di noi nemmeno immagina e noi oggi stiamo molto meglio anche grazie al servizio reso da questo leader coraggioso e altruista. Mi congratulo con lui e con la governatrice Palin per tutto quello che hanno ottenuto, e non vedo l’ora di lavorare con loro per rinnovare nei prossimi mesi la promessa di questa nazione.
Voglio qui ringraziare il mio partner in questa avventura, un uomo che ha fatto campagna elettorale col cuore, parlando per le donne e gli uomini con i quali è cresciuto nelle strade di Scranton, con i quali ha viaggiato da pendolare ogni giorno per tornare a casa propria nel Delaware, il vice-presidente eletto degli Stati Uniti Joe Biden.
Io non sarei qui questa sera senza il sostegno continuo della mia migliore amica degli ultimi sedici anni, la roccia della mia famiglia, l’amore della mia vita, la prossima first lady della nazione, Michelle Obama.
Sasha and Malia, vi amo entrambe moltissimo e vi siete guadagnate il cucciolo che verrà con noi alla Casa Bianca.
E mentre siamo qui e lei non è più con noi, so che mia nonna ci sta guardando, insieme a tutta la famiglia che ha fatto di me ciò che io sono. In questa sera così unica mi mancano tutti, e so che il mio debito verso di loro non è neppure quantificabile. A mia sorella Maya, mia sorella Alma, tutti i miei fratelli e le mie sorelle, voglio dire grazie per il sostegno che mi avete dato. Vi sono veramente molto grato.
Al manager della mia campagna David Plouffe, il protagonista senza volto di questa campagna che ha messo insieme la migliore campagna elettorale - credo - nella Storia degli Stati Uniti d’America, al mio capo stratega David Axelrod che è stato mio partner in ogni fase di questo lungo cammino, proprio il miglior team di una campagna elettorale mai messo insieme nella storia della politica, voi avete reso possibile tutto ciò, e io vi sarò eternamente grato per i sacrifici che avete affrontato per riuscirci.
Ma più di ogni altra cosa, non dimenticherò mai a chi appartiene veramente questa vittoria: appartiene a voi. Io non sono mai stato il candidato più ideale per questa carica. Non abbiamo mosso i primi passi nella campagna elettorale con finanziamenti o appoggi ufficiali. La nostra campagna non è stata pianificata nelle grandi sale di Washington, ma nei cortili di Des Moines, nei tinelli di Concord, sotto i portici di Charleston. È stata realizzata da uomini e donne che lavorano, che hanno attinto ai loro scarsi risparmi messi da parte per offrire cinque dollari, dieci dollari, venti dollari alla causa. Il movimento ha preso piede e si è rafforzato grazie ai giovani, che hanno rigettato il mito dell’apatia della loro generazione, che hanno lasciato le loro case e le loro famiglie per un’occupazione che offriva uno stipendio modesto e sicuramente poche ore di sonno; ai non più tanto giovani che hanno sfidato il freddo pungente e il caldo più soffocante per bussare alle porte di perfetti sconosciuti; ai milioni di americani che si sono adoperati come volontari, si sono organizzati, e hanno dimostrato che a distanza di oltre due secoli, un governo del popolo, fatto dal popolo e per il popolo non è sparito dalla faccia di questa Terra. Questa è la vostra vittoria…
So che quello che avete fatto non è soltanto vincere un’elezione e so che non l’avete fatto per me. Lo avete fatto perché avete compreso l’enormità del compito che ci sta di fronte. Perché anche se questa sera festeggiamo, sappiamo che le sfide che il futuro ci presenterà sono le più ardue della nostra vita: due guerre, un pianeta in pericolo, la peggiore crisi finanziaria da un secolo a questa parte. Anche se questa sera siamo qui a festeggiare, sappiamo che ci sono in questo stesso momento degli americani coraggiosi che si stanno svegliando nei deserti iracheni, nelle montagne dell’Afghanistan dove rischiano la loro vita per noi.
Ci sono madri e padri che resteranno svegli dopo che i loro figli si saranno addormentati e si arrovelleranno chiedendosi se ce la faranno a pagare il mutuo o il conto del medico o a mettere da parte abbastanza soldi per pagare il college. Occorre trovare nuova energia, creare nuovi posti di lavoro, costruire nuove scuole. Occorre far fronte a nuove sfide e rimettere insieme le alleanze.
La strada che ci si apre di fronte sarà lunga. La salita sarà erta. Forse non ci riusciremo in un anno e nemmeno in un solo mandato, ma America! Io non ho mai nutrito maggiore speranza di quanta ne nutro questa notte qui insieme a voi. Io vi prometto che noi come popolo ci riusciremo!
Ci saranno battute d’arresto e false partenze. Ci saranno molti che non saranno d’accordo con ogni decisione o ogni politica che varerò da Presidente e già sappiamo che il governo non può risolvere ogni problema. Ma io sarò sempre onesto con voi in relazione alle sfide che dovremo affrontare. Vi darò ascolto, specialmente quando saremo in disaccordo. E soprattutto, vi chiedo di unirvi nell’opera di ricostruzione della nazione nell’unico modo con il quale lo si è fatto in America per duecentoventi anni, ovvero mattone dopo mattone, un pezzo alla volta, una mano callosa nella mano callosa altrui.
Ciò che ha avuto inizio ventuno mesi fa, nei rigori del pieno inverno, non deve finire in questa notte autunnale. La vittoria in sé non è il cambiamento che volevamo, ma è soltanto l’opportunità per noi di procedere al cambiamento. E questo non potràaccadere se faremo ritorno allo stesso modus operandi.
Il cambiamento non può aver luogo senza di voi.Troviamo e mettiamo insieme dunque un nuovo spirito di patriottismo, di servizio e di responsabilità, nel quale ciascuno di noi decida di darci dentro, di lavorare sodo e di badare non soltanto al benessere individuale, ma a quello altrui. Ricordiamoci che se mai questa crisi finanziaria ci insegna qualcosa, è che non possiamo avere una Wall Street prospera mentre Main Street soffre: in questo Paese noi ci eleveremo o precipiteremo come un’unica nazione, come un unico popolo.
Resistiamo dunque alla tentazione di ricadere nelle stesse posizioni di parte, nella stessa meschineria, nella stessa immaturità che per così tanto tempo hanno avvelenato la nostra politica. Ricordiamoci che c’è stato un uomo proveniente da questo Stato che ha portato per la prima volta lo striscione del partito Repubblicano alla Casa Bianca, un partito fondato sui valori della fiducia in sé, della libertà individuale, dell’unità nazionale. Sono questi i valori che abbiamo in comune e mentre il partito Democratico si è aggiudicato una grande vittoria questa notte, noi dobbiamo essere umili e determinati per far cicatrizzare le ferite che hanno finora impedito alla nostra nazione di fare passi avanti.
Come Lincoln disse a una nazione ancora più divisa della nostra, “Noi non siamo nemici, ma amici, e anche se le passioni possono averlo allentato non dobbiamo permettere che il nostro legame affettivo si spezzi”. E a quegli americani il cui supporto devo ancora conquistarmi, dico: forse non ho ottenuto il vostro voto, ma sento le vostri voci, ho bisogno del vostro aiuto e sarò anche il vostro presidente.
A coloro che ci guardano questa sera da lontano, da oltre i nostri litorali, dai parlamenti e dai palazzi, a coloro che in vari angoli dimenticati della Terra si sono ritrovati in ascolto accanto alle radio, dico: le nostre storie sono diverse, ma il nostro destino è comune e una nuova alba per la leadership americana è ormai a portata di mano.
A coloro che invece vorrebbero distruggere questo mondo dico: vi sconfiggeremo. A coloro che cercano pace e tranquillità dico: vi aiuteremo. E a coloro che si chiedono se la lanterna americana è ancora accesa dico: questa sera noi abbiamo dimostrato ancora una volta che la vera forza della nostra nazione non nasce dalla potenza delle nostre armi o dal cumulo delle nostre ricchezze, bensì dalla vitalità duratura dei nostri ideali: democrazia, libertà, opportunità e tenace speranza.
Perché questo è il vero spirito dell’America: l’America può cambiare. La nostra unione può essere realizzata. E quello che abbiamo già conseguito deve darci la speranza di ciò che possiamo e dobbiamo conseguire in futuro.
In queste elezioni si sono viste molte novità e molte storie che saranno raccontate per le generazioni a venire. Ma una è nella mia mente più presente di altre, quella di una signora che ha votato ad Atlanta. Al pari di molti altri milioni di elettori anche lei è stata in fila per far sì che la sua voce fosse ascoltata in questa elezione, ma c’è qualcosa che la contraddistingue dagli altri: Ann Nixon Cooper ha 106 anni. (APPLAUSO) È nata a una sola generazione di distanza dalla fine della schiavitù, in un’epoca in cui non c’erano automobili per le strade, né aerei nei cieli. A quei tempi le persone come lei non potevano votare per due ragioni fondamentali, perché è una donna e per il colore della sua pelle.
Questa sera io ripenso a tutto quello che lei deve aver visto nel corso della sua vita in questo secolo in America, alle sofferenze e alla speranza, alle battaglie e al progresso, a quando ci è stato detto che non potevamo votare e alle persone che invece ribadivano questo credo americano: Yes, we can.
Nell’epoca in cui le voci delle donne erano messe a tacere e le loro speranze soffocate, questa donna le ha viste alzarsi in piedi, alzare la voce e dirigersi verso le urne. Yes, we can.
Quando c’era disperazione nel Dust Bowl e depressione nei campi, lei ha visto una nazione superare le proprie paure con un New Deal, nuovi posti di lavoro, un nuovo senso di ideali condivisi. Yes, we can.
Yes we can. Quando le bombe sono cadute a Pearl Harbor, e la tirannia ha minacciato il mondo, lei era lì a testimoniare in che modo una generazione seppe elevarsi e salvare la democrazia. Yes, we can.
Era lì quando c’erano gli autobus di Montgomery, gli idranti a Birmingham, un ponte a Selma e un predicatore di Atlanta che diceva alla popolazione : “Noi supereremo tutto ciò”. Yes, we can.
Un uomo ha messo piede sulla Luna, un muro è caduto a Berlino, il mondo intero si è collegato grazie alla scienza e alla nostra inventiva. E quest’anno, per queste elezioni, lei ha puntato il dito contro uno schermo e ha votato, perché dopo 106 anni in America, passati in tempi migliori e in ore più cupe, lei sa che l’America può cambiare. Yes, we can.
America, America: siamo arrivati così lontano. Abbiamo visto così tante cose. Ma c’è molto ancora da fare. Quindi questa sera chiediamoci: se i miei figli avranno la fortuna di vivere fino al prossimo secolo, se le mie figlie dovessero vivere tanto a lungo quanto Ann Nixon Cooper, a quali cambiamenti assisteranno? Quali progressi avremo fatto per allora?Oggi abbiamo l’opportunità di rispondere a queste domande. Questa è la nostra ora. Questa è la nostra epoca: dobbiamo rimettere tutti al lavoro, spalancare le porte delle opportunità per i nostri figli, ridare benessere e promuovere la causa della pace, reclamare il Sogno Americano e riaffermare quella verità fondamentale: siamo molti ma siamo un solo popolo. Viviamo, speriamo, e quando siamo assaliti dal cinismo, dal dubbio e da chi ci dice che non potremo riuscirci, noi risponderemo con quella convinzioni senza tempo e immutabile che riassume lo spirito del nostro popolo: Yes, We Can.
Grazie. Dio vi benedica e possa benedire gli Stati Uniti d’America.
Traduzione di Anna Bissanti dal sito www. repubblica.it, 5 novembre 2008

venerdì 10 aprile 2009

Nonostante la memoria della guerra


Il mondo è pieno di lampi e di angoscia per la guerra e per il terrorismo. Un’angoscia che è andata crescendo dopo l’11 settembre 2001, dall’Afghanistan all’Iraq: un’angoscia che attanaglia il cuore degli uomini e sembra paralizzare le intelligenze ed ottundere le coscienze, incapaci di imboccare il sentiero della ragione, nonostante l’esperienza e la memoria del massacro della seconda guerra mondiale.
Noi ci siamo illusi che quella fosse stata la lezione indimenticabile del mai più guerre e non abbiamo saputo impedire lo stillicidio di una ininterrotta serie di guerre regionali, di violenze locali, che hanno reso la seconda metà del secolo scorso non dissimile dalla sua prima metà. Ma l’angoscia di oggi non è quella di prima dell’11 settembre. Oggi l’angoscia ci deriva da una guerra che ben può definirsi il primo conflitto dell’Era globale. Una guerra che ha relegato nella marginalità tutte le violenze regionali precedenti, che ha ricadute su tutti i popoli tramite una strategia mediatica lugubre, di cui il terrorismo, che la guerra globale esprime, si avvale oltre qualsiasi limite di crudeltà umana, oltre i limiti di tutte le barbarie conosciute.L’origine e lo sviluppo del terrorismo di oggi ripetono esattamente i processi di sviluppo della guerra e del terrorismo nazifascista. La guerra e le violazioni contro l’umanità, la guerra e il terrorismo, la guerra e le stragi di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema, la guerra e la Risiera di San Sabba e Mauthausen, la guerra e la scuola di Beslan, la guerra e il metrò di Mosca, il teatro di Mosca, gli aerei di Mosca, la guerra e i cortili dell’Iraq, gli ostaggi sgozzati, la guerra e le strade di Israele e la stazione di Madrid e la metropolitana di Londra. [E la città di Dubai]Non c’è dubbio, il terrorismo è la guerra. Il terrorismo è una sfida mortale che minaccia tutto il mondo. Nella lotta contro questa minaccia è indispensabile essere uniti, non c’è dubbio. Ma tutti debbono avere l’umiltà, prima, e il coraggio, poi, di confrontarsi e di dialogare e di percepire dove matura, dove avviene l’incubazione che precede l’esplosione del terrorismo.Se le stragi del terrorismo servissero solo per una chiamata alle armi, significherebbe soltanto che gli uomini retrocedono nel buio dei secoli, che si degradano al livello tribale, che non hanno capito nulla della storia della carneficina della prima guerra mondiale, della carneficina della seconda guerra mondiale, del terrorismo del nazismo e del fascismo.Le lacrime dell’anima non debbono appannare la capacità di capire, di scegliere, di agire tutti insieme. È, questa, la condizione perché l’efficacia contro il male comune sia massima. L’Europa con gli Stati Uniti, l’Europa e gli Stati Uniti insieme con le Nazioni Unite, l’Europa e gli Stati Uniti e le Nazioni Unite insieme con i popoli arabi e con l’Islam, per convincere i popoli arabi e l’Islam che hanno un avvenire diverso da quello del fanatismo, per convincerli che l’occidente non vuole imporre a nessuno i suoi modelli con i bombardamenti, che non ha in animo nessun colonialismo di tipo nuovo per impadronirsi delle risorse degli altri popoli.

Gianfranco MarisPresidente dell’Aned e della Fondazione Memoria della Deportazione
intervento al Convegno Fascismo Foibe Esodo Trieste 23 settembre 2004

Nazisti impuniti

Ci sono 15 criminali di guerra nazisti, tutti condannati in Italia con sentenze definitive all’ergastolo, che vivono tranquillamente a casa loro in Austria e in Germania: di fronte a questa situazione, “io penso che lo Stato italiano dovrebbe fare qualcosa”, dice il procuratore generale presso la Corte militare d’Appello, Fabrizio Fabretti.
Il “grave problema”, di cui Fabretti ha parlato nella cerimonia per l’inaugurazione dell’anno giudiziario militare, è quello della “mancata esecuzione di numerose sentenze irrevocabili di condanna all’ergastolo nei confronti di cittadini tedeschi e austriaci”, ritenuti responsabili di alcune delle più gravi stragi della seconda guerra mondiale. Le inchieste, avviate in Italia solo nel 1995, dopo il rinvenimento dei fascicoli occultati per decenni nell’ormai famoso “armadio della vergogna”, hanno portato a 26 ergastoli, ma solo tre imputati sono stati rinchiusi in carcere in seguito a queste condanne: Priebke, Hass e Seifert. Solo quest’ultimo è tutt’ora rinchiuso a Santa Maria Capua Vetere, mentre Priebke è ora ai domiciliari e Hass è morto nel 2004.Per gli altri 15 ergastoli definitivi, i pm militari hanno emesso negli ultimi tempi altrettanti mandati di cattura europei, tutti rispediti al mittente. “Le autorità tedesche e austriache hanno comunicato che non intendono dare seguito alla richiesta di arresto e consegna dei condannati”, spiega il pg Fabretti, aggiungendo però che in alcune risposte è stato suggerito di richiedere l’esecuzione della pena nei Paesi di residenza. E’ quello che ha subito fatto il magistrato che aveva emesso il maggior numero di mandati, il procuratore militare della Spezia Marco De Paolis, che ha “ripetutamente interessato il ministero della Giustizia - il 25 gennaio, il 7 marzo e il 15 maggio 2008 - ma non ma mai ottenuto risposta”, spiega il Pg. Da qui la richiesta al ministro della Difesa di “valutare l’opportunità di un intervento” presso il Guardasigilli “al fine di dare doverosa esecuzione a queste sentenze”. Il sottosegretario alla Difesa, Giuseppe Cossiga, presente alla cerimonia, si è fatto carico del problema: “Ci innervosiamo molto quando questo accade in relazione a quattro stupratori che vanno a casa e appare quanto meno curioso che ciò avvenga in casi come questi”, osserva Cossiga.
Ma quali sono i ‘casi’ di cui si parla? I 15 criminali di guerra nazisti (oggi tutti ultraottantenni) di cui i magistrati con le stellette chiedono invano l’esecuzione delle pene all’ergastolo, sono stati condannati per alcuni degli episodi più raccapriccianti della seconda guerra mondiale. Secondo quanto è stato possibile ricostruire del gruppo farebbero parte due degli autori dell’eccidio di Marzabotto (770 morti), Hubert Bichler e Josef Baumann, e otto dei dieci condannati (gli altri due sono deceduti) per la strage di Sant’Anna di Stazzema, nella quale il 12 agosto 1944 furono trucidati 560 civili, tra cui 116 bambini, il più piccolo di soli 20 giorni. Ergastolani a piede libero anche Eduard Scheungraber e Herbert Stommel, entrambi condannati per l’uccisione di 13 persone a Falzano di Cortona, e Max Josef Milde, ex orchestrale della divisione ‘Herman Goering’, riciclatosi nella ‘Feldgendarmerie’, condannato per la strage di Civitella d’Arezzo del 29 giugno 1944, costata la vita a 207 civili. Definitiva la condanna all’ergastolo anche per Hermann Langer, ex sottufficiale delle SS accusato della strage della Certosa di Farneta (Lucca), in cui persero la vita circa 50 persone e per Heinrich Nordhorn responsabile di aver ordinato l’impiccagione, per rappresaglia, di dieci persone a Branzolino e San Tomé, nel forlivese.
ANSA 11 febbraio 2009